mercoledì, 04 maggio 2005
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Storia d'Amore e di
Misericordia
Isolina non parlava mai d'Amore.
Si sforzava di tenerlo nascosto, come fosse una creatura della notte. Lo lasciava uscire solo all'imbrunire, nell'aria fresca tra le foglie fitte dei cespugli che circondavano la sua policroma capanna. Puzzava di miseria tutt'intorno. Isolina. Amore. La capanna.
Capanna era un nome romantico, a dire la verità. Più che altro si trattava di un ammasso di lamiere e di una straordinaria opera di equilibrio architettonico tra portiere d'auto e sedili sradicati dalle carcasse del vicino scasso "Ben Misericordia e figli". Otto. Figli. Ben aveva otto figli. Isolina invece non aveva che il suo Amore.
Aveva avuto qualche sorella, Isolina, ma erano sparite tutte in una volta, prima che lei si ricordasse di contarle, su tacchi a spillo dentro maschere di volgare maquillage. Quella notte suo padre l'aveva accarezzata. Sua madre si era girata di là.
Al mattino Ben le sembrò un angelo dentro la sporca tuta blu e, quando tirò fuori i soldi, lei riuscì a distrarsi dal ghigno soddisfatto di suo padre concentrandosi sulle mani nodose di Ben. Sembravano radici. Una donna per istinto cerca ovunque radici.
La donna di Ben le aveva spiegato in tre lezioni come fare più in fretta, su cosa concentrarsi per non vomitare e che il modo migliore era mettere un piede in fallo da una sedia nell'avvitare una lampadina per svitarsi via un incomodo uterino, che "se femmina sarebbe stata una troia, se maschio un porco in tuta blu".

L'universo di Bianca era binario: Ben era il suo fottuto dio, con l'anima di un porco in tuta blu. Le sue femmine carrozzeria da vendere per comprare bistecche di maiale al suo Ben.
Tra un salto e l'altro, Bianca si era distratta sei volte e li aveva allattati tutti a un seno solo, perché l'altro, cazzo, era di Ben! I due più sei che portavano a otto l'insegna di lamiera dello scasso erano due maledetti figli di puttane sentimentali, che li avevano mollati lì dopo il quarto vagito e se l'erano filata con due poliziotti in odore di santità. Mister Misericordia aveva il cuore tenero a furia di imbottirlo di bistecca e li aveva tenuti per affittarli a quei signori così distinti, unghie curate, tanto gentili da venirsi a prendere i bambini per giocarci una sera sì e una no. Li avevano sempre riportati. Quello era il patto: niente vuoti a perdere. Ben era uno furbo, mago del riciclaggio, metteva su certe auto che erano meraviglie di patchwork in tinta unita. E se gliele riportavano non batteva ciglio le smontava e rimontava ancora, finché non facevano quello che diceva lui. Così aveva fatto con Bianca, dopo tutto, montata e rimontata, fino a farne una macchina perfetta: figli, bistecche e catechesi per angeli perduti.
La sera in cui Bianca le aveva indicato con un occhio aperto e l'altro incantato in un languido occhiolino il lampadario fuori uso della cucina, Isolina aveva fatto finta di dover scappare in bagno ed era scappata dal bagno.
Quella notte Ben la picchiò a sangue dopo la seconda bistecca troppo cotta e poiché non fu abbastanza svelta a ricordare come aveva fatto a farsi sfuggire proprio la tenera Isolina, le offrì un giro in auto per rinfrescarle la memoria, solo che invece di farla salire ci salì appassionatamente su. Due volte. Come sempre, come piaceva a lei. Ben era uno tosto, ma il suo cuore era di burro, dopo tutto.

Isolina ebbe nove mesi per pensarci e, dal momento che tra un supermercato e l'altro da alleggerire sotto il suo abito ogni giorno un po' meno largo, non le restava molto da fare, finì per innamorarsene davvero. Maschio ideale, chiuso dentro il suo ventre senza fare da padrone, non parlava affatto e sopperiva a quella giusta dose di innocua violenza che il senso di colpa di ogni figlia di Eva si cerca, tirando calci che non facevano male.
Lo partorì in una notte torrida e fece tutto da sola, in piedi puntellata tra due alberi ruvidi che le sfregiarono a vita le braccia. Cominciò subito a chiamarlo Amore e quel nome risuonava così bene che per non dimenticarlo lo incise sull'albero a destra dentro un incerto cuore adolescente, non molto più giovane di lei.
Lo trovò esattamente lì.
Sembrava sorridere.
L'unghia del medio confitta al centro del suo nome sul legno.
Abbracciava l'albero come quando giocavano a nascondino e Isolina fingeva di non vederlo.
La metà nuda del suo corpo portava i segni rosso marcio di un tramonto precoce.
Brandelli di tela blu sotto le quattro unghie non spezzate e tra i denti.
Si lasciò condurre via senza opporre resistenza.
"Te lo dovevo per il nostro Amore", fu l'unica cosa che le sentirono ripetere mentre tirava l'ultimo calcio al cranio fracassato di Ben.
(settembreduemila1)
Alba d'amore

Insieme al suo seme, lei ingoiò ancora una volta la solita domanda.
Lui ritrasse le gambe, lei ritirò dal letto il cuore.
E’ sconveniente, si disse, se ci sono in gioco i sentimenti.
Coi sentimenti non si gioca.
E anche quella volta se ne andò prima che lui pagasse.
Non se ne avvide; quando lei fu per strada era ancora troppo intento a sbloccare la zip.
Rimise i soldi in tasca ma non li contò.
Lui non contava mai sui soldi ma loro contavano per lui.
Imboccato l’ultimo di ognuno dei vicoli diretti ad est lei decise finalmente la svolta. Andò verso casa anche stavolta e come tutte le altre volte si lavò il viso dal viso di lui e poi lo vomitò.
Dopo 
Dovrei rimettere in ordine questa stanza...
Com'era la frase? "Dovresti lasciare le cose al loro posto, e tra le cose le persone, mi capisci?"
La prossima volta che mi serve una penna dovrò prima mettere via tutte le carte... così non va!
No, forse era: "Dovresti lasciare le cose come sono e con le cose le persone, mi capisci?". No: "Mi faccio capire?" Ecco, sì era più...educato. Sulla sua educazione non c'era proprio niente da ridire. Anche troppa.
Troppa polvere, troppa roba in giro, troppa fatica tutta in una volta. Se imparassi a farlo giorno dopo giorno sarebbe più facile poi.
Poi, c'era un "poi": Poi dovresti lasciare le cose al loro posto/come sono (?) e con le cose le persone. Mi faccio capire?". Sì, suonava più "educato" e equilibratamente aggressivo. Finiva così, quella frase, ma prima del Poi? Non mi ricordo, niente, il vuoto. Poi, cioè Dopo, dopo di che? A che si stava riferendo? Vediamo, di che stavamo parlando? ...Siamo partiti da quel pomeriggio che è venuto giù il diluvio e la macchina si è spenta. Gli amici..., quella volta che era piccolo, suo zio Arturo..., no, forse prima ha parlato di quella amica di suo padre, la signora, ... signora ... Non mi ricordo mai i nomi! Comunque. Prima del poi? Niente, il vuoto, accidenti!...
Svuoto il cestino delle carte per cominciare, poi mi metto e pulisco i libri ad uno ad uno, magari ritrovo anche l'indirizzo di Luisa tra le carte...
Dunque, zio Arturo stava con la signora ... Roche! Roche...: un nome da farmaco! Poi la signora si era stancata e aveva deciso di mettere fine a questa storia, così per dimenticare si era messa col fratello di zio Arturo, suo padre, e lui aveva cominciato ad odiarla. Sì, ecco... aveva cominciato ad odiare lei e tutte le donne come lei. Cioè, ha detto, sì proprio così ha detto : "Tutte le donne, perché tutte le donne sono come lei". "Io non sono la signora Roche" (scherzavo, cavolo! C'era proprio da prendersela così tanto?) "Ma come tutte le donne tu vuoi decidere l'uomo che vuoi, quando lo vuoi, gli metti la vita sottosopra, ... ma almeno dopo (dopo! Non "poi") dovresti rimettere le cose al loro posto e con le cose lasciare le persone come sono. Mi sono spiegato?".
"Mi sono spiegato!" Nemmeno "Mi faccio capire?", aveva avuto l'impudenza di chiedere addirittura "Mi sono spiegato?", come se io fossi una scolaretta e lui il professore che le dà lezioni di vita e d'amore. A me! Non sono la signora Roche, ma insomma, non mi faccio trattare così da nessuno! Le cose a posto, le persone come sono... Che impudenza!
Ma sì, sistemo anche i libri dopo. "Dopo". Ora è meglio cominciare dal sangue. Se cola fino al tappeto poi lo devo smacchiare.
La ceneriera di marmo la ripulisco "dopo", ora resta il problema di spostare il corpo. Rimettere le cose a posto, sì, devo rimettere le cose a posto, ma, cavolo, non posso certo lasciare le persone come sono: lui lì sul pavimento, la testa fracassata e pure gli occhi aperti, impudente... io, con le macchie di sangue sulle mani... E poi siamo ancora nudi. E' ...sconveniente, mi faccio capire? Mi sono spiegata?
... Trovassi almeno il numero di Luisa la chiamerei per farmi dare una mano...
Lo cerco tra i libri; il corpo lo sposto dopo, "dopo".
( A.C.D.© - pubblicato in Ribalta, aprile03)
Uomini in donne 
Ci sono uomini che perdi nel culo di un sombrero.
Altri che semplicemente non hai avuto mai.
Altri ancora che hanno creduto d’averti.
Uomini che non ti hanno presa mai e dunque non t’hanno mai persa.
Uomini che meglio non farci l’amore così per sempre penserai: poteva esser bello e non saprai che poteva di più non esser bello affatto.
Ci sono uomini che hanno pensato di portarti a letto e altri che non ci hai portato mai.
Altri ancora certi di averti scopata che invece hanno ingoiato polvere e non ti hanno posseduta mai.
Ci sono uomini senza coraggio ed altri con troppo coraggio, colmi d’invidia per i vili.
Uomini con le palle che ci giocano a tennis un doppio solitario.
Altri senza palle che si arrotolano su di sé per simularle.
Altri ancora che giocano a palla con il tuo cuore e ti lanciano il cervello sulla luna e poi schiacciata a rete e punto: Dì la verità, ti è piaciuto! Sono geniale, no?! E poi si battono le mani da soli, come stronzi galleggianti nei cessi otturati di un treno in corsa.
Ci sono uomini che fanno la guerra; si fanno la guerra; la guerra se li fa.
E quando tornano si sbattono una donna per sentirsi finalmente vincitori e vinti. Ma sono veloci come ottuse cartucciere e lei non grida; neanche un fiacco scoppio a salve per farlo contento: ma come, non godi, puttana?
Guarda che calibro e sapessi l’adrenalina a titillare un grilletto che, lui sì, ci sta e ne fai fuori uno, due, tre...
No, tre non ce la faccio.
Torna domani che mi ricarico e ti sbatto ancora... uno, due,... no, tre non ce la faccio.
Sapessi che sballo quando li vedi cadere giù!… Loro vanno giù e a te ti viene su, così tanto che te la sogni una donna in trincea… Mi colpissero di striscio correrei a metterglielo in mano alla prima infermiera...
Amore, amore, mi hai pensato? … Ehi, ma tu mica te la sarai spassata mentre io stavo lì a giocarmi i coglioni in quella fottutissima guerra che però poi ti sale l’adrenalina e zac! Sei lì, sei un eroe!...
Ehi! Mica mi hai messo le corna col primo disertore, brutta puttana?
Ci sono uomini che non li vedi in faccia. Una sigaretta dopo l’altra e il fumo si fuma la faccia. Gialli i denti e le dita e non fai in tempo ad amarli che già ti hanno schiacciato sotto il tacco. Fuori la prossima. A terra la prossima cicca.
Poi per comodità (se) le scopano tutte e due insieme; se ci metti pure la coscienza fanno tre.
Un lavoretto pulito, pulito; roba da prima classe. La soddisfazione gliela potresti leggere in faccia, ma questi uomini non ce l’hanno la faccia. Solo fumo. Fumo da vendere.
Ci sono uomini che si credono artisti.
Dagli un pennello in mano e diventano artisti. E guai a spiarli mentre si fanno la barba.
Una rasoiata sul collo e via: Donna tu non capisci l’arte. ... Hmh! Rosso e bianco: non male…, non male...!
La comanda 
“Vuole ordinare, signora?”
“Voglio te!”, rise beffarda.
E lui le portò il cuore sul vassoio.
“Troppo al sangue”, lei disse.
Così non lo mangiò.
“Conto?” - azzardò lui, incassando -
e lei: ”No, tu non conti!”
Di nessuno mai 
I.
Infilò la chiave nella toppa e si sorprese nel sentire che la serratura scattava al primo giro. Appena aperta la porta, l'aria la colpì come un pugno in piena faccia. Una nuvola di fumo denso e grigio riempiva tutta la stanza. L'odore la fece tossire, gli occhi cominciarono a pizzicarle e in breve le si riempirono di lacrime per il fumo e la tosse.
- Ma che diavolo succede qui?!
I pacchetti di sigarette vuoti e accartocciati si trovavano nei posti più impensati. Meccanicamente ne raccolse uno incastrato in cima all'attaccapanni e, come se cercasse di farsi strada nella nebbia, si avvicinò al balcone con una mano tesa e l'altra sulla bocca.
Si girò di soprassalto nel sentire la voce di Paul: - E' colpa tua!
- Sei qui! Ma di che stai parlando? E che stai facen… Paul - Santo Iddio! - ti sei rimesso a fumare!
- Le ho bruciate tutte.
- Bruciate?
Solo allora si accorse del mucchietto dei resti di carta mezza bruciata e accartocciata, affondata in un piccolo cumulo di cenere. Fotografie, lettere, i resti di un nastro magnetico strappato dalla custodia in plastica spaccata in due parti e deformata dal fuoco. Reliquie della loro storia d'amore che lei custodiva con la devozione di un'adolescente verso l'incarto del primo cioccolatino avvolto in una frase d'amore.
- Paul…. , provò a dire. Ma le parole le si affollarono nella gola strozzandosi e riuscì solo a sibilare con disprezzo: - tu devi essere pazzo!
- "Aspettami. Ci sarà un fuoriprogramma."
- Cosa?
L'uomo si alzò, aveva le mani annerite e i capelli straordinariamente in disordine, puzzava di fumo e gli occhi sembravano troppo grandi, come se stessero per rotolare giù dalle orbite da un momento all'altro.
- Qual era il programma?
- Paul, tesoro, ma di che stai parlando, non ti capisco, mi stai facendo paura…
Le infilò un biglietto sotto il naso. Non riuscì a leggerlo subito, tanto era vicino. Si trattava di uno di quei foglietti gialli, gommati sul lato posteriore perché li si possa attaccare da qualche parte e avere sempre sottocchio un promemoria, la lista della spesa, un numero di telefono. Ne usava molti, Claire. Era sbadata e disordinata e aveva l'infantile tendenza a ritenere tutto un'invenzione miracolosa. Quei foglietti autoreggenti le erano sembrati proprio così: una piccola, geniale invenzione di cui non avrebbe più saputo fare a meno.
- Qual era il programma? - ripeté l'uomo, stavolta più rauco.
- Dove l'hai preso?
- Non è questa la domanda. Qual era il programma?
- Paul, non mi ricordo! Pensavo di averlo lasciato sulla scrivania di Sarah, ma devo essermelo infilato in tasca … tu dove l'hai trovato?
Paul si allontanò con un gesto sconsolato, accese una Gauloises e la spense subito. Poi ricominciò a fissarla, con la sigaretta piegata e spenta tra le dita.
- Giovedì, ecco, mi sta venendo in mente, io e Sarah aspettavamo quel gruppo da Berlino e il capo mi ha avvisata all'ultimo momento che ci sarebbe stato un party dopo l'incontro, un coso, come si chiama? un buffet, un cocktail… insomma, Paul! E' una faccenda di lavoro e tu ricominci… pensavo avessi smesso…
Con uno strattone violento ed improvviso le afferrò i capelli.
- ahhh! Paul, che …
La spinse sul divano e le strinse una mano sulla bocca. La penetrò da dietro tenendole il braccio sinistro intorno alla gola e la mano sulla bocca, con due dita che le entravano quasi in gola.
Durò pochi minuti, poi la lasciò di scatto, come se scottasse.
- Ti è piaciuto. - disse; e non era una domanda.

II.
Claire aveva avuto spesso paura di lui quando erano fidanzati. Il sottofondo nemmeno tanto nascosto di morbosità che permeava la sua gelosia le era sembrato una minaccia. Ma era sicura che col tempo sarebbe cambiato.
Lei lo amava come non aveva mai amato nessuno e il fatto che fosse di 15 anni più vecchio di lei la riempiva di un orgoglio senza limiti.
Qualcuna delle sue amiche l'aveva anche invidiata, all'inizio, ma a poco a poco si erano allontanate con diffidenza dopo aver provato a metterla sull'avviso. Bisognava che si guardasse da un uomo tanto possessivo. Ora erano solo all'inizio, ma cosa sarebbe accaduto quando lei sarebbe stata sua moglie?
Claire non le ascoltava.
Certo, ci era rimasta male quella sera che lui le aveva strappato le calze di nylon nere, appena era salita in macchina e le aveva imposto con poche gelide parole di tornare a cambiarsi e mettersi addosso "qualcosa di decente".
Aveva girato tutte le boutiques del centro per trovare un abito nero corto e attillato abbastanza da suscitare i suoi desideri e le sue fantasie.
Stavano insieme già da due mesi e lui non l'aveva ancora toccata. Sì, le telefonava anche venti volte al giorno, si faceva trovare all'angolo della scuola senza preavviso, ma non l'aveva ancora baciata. Con la lingua non l'aveva ancora baciata. Le aveva giusto sfiorato le labbra con le sue, ma niente di più. E le compagne di classe a chiedere: - Allora? Ti ha baciata? Come lo fa? E' vecchio: sarà bravo. A me mi fanno impazzire gli uomini che hanno esperienza - le aveva detto più volte Marie, con quell'aria che si sforzava di apparire maliziosa e navigata, ma, nella sua ingenuità, finiva immancabilmente per strappare un sorriso compassionevole, soprattutto al Professor Savigny, croce e delizia di tutte le sue fantasticherie.
Si era guardata allo specchio prima di uscire e si era trovata davvero carina. Ma non era riuscita nemmeno a sedersi in auto che già lui le aveva infilato le dita nei trafori delle calze a rete e aveva tirato così forte da aprire in due parti la coscia sinistra scoprendole in un istante la pelle bianca e facendola rabbrividire, non sapeva bene neanche lei se di freddo, sorpresa, vergogna o paura.
Si era rassegnata senza troppo sforzo ai suoi modi stravaganti. Continuava a non baciarle le labbra neanche ora che erano sposati da quattro anni, ma lei si era abituata. E ora non avrebbe più saputo fare l'amore in modo diverso da quello che era il loro: una battaglia che le sembrava di perdere immancabilmente.
Sentirsi posseduta senza scampo e senza diritto di replica le dava tuttora una vertigine senza la quale le pareva che le fosse diventato impossibile il piacere.
Ma era anche molto tenero, Paul.
Per amor suo aveva smesso di fumare. L'odore di fumo le risvegliava quelle crisi di asma che da bambina le avevano fatto credere, più di una notte, che sarebbe morta soffocata prima di riuscire a chiedere aiuto.
Erano stati proprio i suoi problemi respiratori a portarla in piscina. Aveva cominciato a 10 anni ed era stata una vera fulminazione. Nel giro di poche lezioni era passata di vasca in vasca, dalla numero 6, per principianti assoluti, alla numero 1. Dopo c'era solo il passaggio all'attività agonistica. Ma questo ultimo tuffo non l'aveva potuto fare.
Aveva conosciuto Paul proprio al bordo della piscina, mentre si massaggiava una caviglia per una distorsione. Gli aveva chiesto se potesse essergli di aiuto e lui aveva riso. Non sapeva perché avesse riso, ma aveva scoperto in quell'occasione che Paul si era iscritto alle lezioni di nuoto appena due ore prima e due ore dopo aveva già abbandonato l'attività. Non faceva per lui: fiato troppo corto nei suoi polmoni assediati dalle quaranta e passa sigarette quotidiane.
- Il dottore è un imbecille - le aveva detto alzandosi con uno sforzo e una smorfia di dolore, ma stasera gli manderò una bottiglia di cognac. Devo ringraziarlo di questa stupida idea: se oggi non fossi venuto ad ammollarmi in quest'acqua non avrei conosciuto questa sirena.
Aveva pronunciato le ultime parole guardando da un'altra parte e aveva infilato lentamente la porta dello spogliatoio lasciandola di stucco. Terribilmente affascinante! Come, quando, dove l'avrebbe rivisto? Mio Dio! Se ne sarebbe andato, doveva fare qualcosa…
Ma ci aveva pensato lui.
Da quel pomeriggio era passato a prenderla in piscina tutti i giorni e dopo appena tre settimane le aveva già chiesto, come se fosse la cosa più naturale e ovvia del mondo, di smetterla di mostrare la sua incantevole pelle nuda a tutti quegli istruttori morbosi e ai ragazzotti che frequentavano quell'ambiente solo a caccia di carne fresca di donna.
Si era chiesta più volte come avesse potuto, di punto in bianco, appendere costume e cuffia al chiodo e rimanere a casa, ogni pomeriggio, in spasmodica attesa delle sue immancabili chiamate. Tuttavia l'aveva fatto senza troppo sacrificio.
Come se sentire di appartenergli, invece di umiliarla, la valorizzasse, la rendesse un po' simile a una dea.
La sera in cui si era rifatto vivo dopo otto giorni di inspiegabile assenza e assoluto silenzio - che l'avevano fatta letteralmente impazzire d'angoscia - l'aveva portata in aperta campagna, dopo aver guidato per più di un'ora opponendo un ostinato silenzio alle sue richieste di spiegazione, alle sue proteste - Ho fame. Dove stiamo andando?
- I ristoranti sono pieni di gente che guarda sotto i tavoli invece che nei piatti. Tu sei mia.
Lo disse mentre le infilava inaspettatamente al dito un solitario mozzafiato. E Claire sentì un brivido improvviso. Non erano state le parole, ma quel tono inappellabile che l'aveva raggelata.
Sentì che era accaduto qualcosa di irreparabile. Si sentì improvvisamente in gabbia. Su una strada a senso unico, dove se si fosse voltata le avrebbero sparato alle spalle. La paura la eccitò con la rapidità di un lampo. Inarcò la schiena e rispose semplicemente - Sì.

III.
Dopo le nozze, Paul si era tranquillizzato. Non le aveva più fatto scenate e, qualche volta l'aveva anche portata al cinema. Arrivavano sempre tardi. Entravano al buio, urtando sediolini e pilastri. Claire si chiedeva come era possibile che riuscissero sempre a far tardi. Mai che fossero entrati in sala con le luci ancora accese. Ed ogni volta erano usciti a luci spente, dopo aver guardato l'inizio del film perduto per il ritardo.
Per il resto, evitavano i luoghi affollati. - L'aria viziata fa male alla tua asma - le sussurrava premuroso mentre girava la chiave nella toppa e si preparavano all'ennesima cenetta in casa.
Tuttavia Claire era sicura che non fosse veramente gelosia. Aveva lasciato che lei lavorasse, dopo tutto.
Sì, aveva insistito perché sua nipote Sarah fosse trasferita dal reparto marketing al settore import - export, dove lavorava Claire. Ma a lei non dispiaceva avere una compagnia femminile e il ragazzo che occupava la scrivania di Sarah fino al giorno dopo la sua assunzione le era sembrato un tipo noioso, anche se l'aveva visto solo per qualche ora, il tempo di sentirlo imprecare contro la malasorte che, sotto le mentite spoglie del suo datore di lavoro, l'aveva trasferito nel settore mobilità, dove gli sarebbe toccato lo scomodo sedile di un camioncino al posto della poltroncina girevole della scrivania che Sarah aveva subito provveduto a decorare di pupazzetti in plastica e penne colorate dall'inchiostro profumato.
Il fatto che l'azienda dove lavorava appartenesse a Paul non le aveva creato problemi. Claire non era il tipo da sentirsi realizzata solo a costo di farsi le ossa da sé. Se la strada le veniva aperta senza alcuno sforzo ed era comoda e piana perché arrampicarsi per altre salite o perdersi in vicoli intricati e sconosciuti? Non trovava niente di disdicevole nel lavorare per suo marito. E la rassicurava il fatto che lui sapesse sempre dov'era.
Era così carino da piombarle in ufficio sempre senza preavviso e lei aveva trovato naturale anche che Theodore, direttore del settore vendite, che lei chiamava affettuosamente "Capo", si fosse visto affidare da Paul il compito di farle da balia.
Theodore era una vecchia, adorabile checca e questo semplificava le cose visto che lui stesso adorava i flaconcini profumati che ogni tanto Sarah esponeva sul tavolo prendendosi una pausa dal lavoro e inebriandosi insieme a Claire dei più costosi e chic ultimi odori sotto vetro di Paris.
Theodore era una chioccia meravigliosa e tenera. Claire sospettava che fosse o fosse stato innamorato di Paul, ma aveva sempre tenuto un atteggiamento corretto e discreto con lui, mentre con lei aveva creato una confidenza e una complicità così profonda da farsi raccontare, di quando in quando, le prodezze erotiche di Paul. E Claire aveva ben accettato il ruolo di civettuola, divertita e allo stesso tempo fiera protagonista femminile di quei roventi resoconti.
Comunque, per istinto, si era sempre astenuta di raccontare a Paul di queste innocenti confessioni e si era guardata bene anche dal dirlo a Sarah.
No, non che pensasse di essere in qualche modo controllata o giudicata dall'amica e collega, ma era pur sempre la nipote di Paul. E Paul se la sarebbe presa a male se avesse saputo di queste innocenti confidenze; era un uomo riservato, estremamente geloso della propria intimità.

IV.
Dopo i primi mesi di matrimonio, c'era stato qualche problema per via dei figli. Non c'era niente che non andasse, ma lui non voleva assolutamente sentirne parlare.
Ci aveva provato in tutti i modi a convincerlo. Ma non c'era stato verso. L'uomo non voleva nemmeno che si toccasse l'argomento.
Claire aveva pianto, aveva fatto l'offesa, si era mostrata depressa, aveva tentato di blandirlo, di intenerirlo, ma alla fine aveva dovuto rinunciare.
Paul non aveva mai voluto fornirle una vera spiegazione. Al punto che lei aveva cominciato a sospettare che fosse malato, che fosse vittima di qualche tara ereditaria, persino che avesse altri figli da qualche parte di cui lei non sapeva niente.
Col tempo aveva rinunciato. ma tornava a ritornarle in mente spesso, prima di addormentarsi, quella notte in cui, lei gli si era arrampicata addosso con passione e la voglia ardente e urgente di fare l'amore, e lui era diventato isterico e le aveva gridato di star cercando di incastrarlo. - Non hai preso la pillola, non ti ho visto andare in bagno a prendere la pillola! Che stai cercando di fare? Vuoi essere fottuta, ma poi sei tu che vuoi fottermi, vero? -
Poi si era calmato, l'aveva accarezzata a lungo e dolcemente sulle braccia, sulla schiena, le aveva rigirato le dita tra i capelli, le aveva stretto con impeto il seno e prima di cominciare a succhiarle i capezzoli aveva mormorato: - Mi appartengono, nessuno può berti, solo io.
Lei aveva riso stupidamente, lusingata e confusa, di nuovo eccitata e non ci aveva fatto molto caso quando lui le aveva posato il palmo della mano tra le gambe e aveva detto, parlando tra sé: - Non uscirà nessuno da qui. Questa porta mi appartiene. Entro solo io, esco solo io.
Avevano ricominciato appassionatamente, ma alla fine lui era stato attento e, accarezzandole il viso corrucciato in una smorfia infantile, le aveva sussurrato con una voce tenerissima e quasi impercettibile: - Lo ameresti più di quanto ami me. Non deve esserci nessuno tra noi.
Per la seconda volta nel corso della loro storia, Claire aveva sentito di essere su una strada senza via d'uscita, aveva percepito di nuovo la gabbia e una inquietudine vaga, simile alla paura. Non sarebbe tornata indietro. Si chiese se lo voleva. Rispose di no; non voleva tornare indietro. Lui faceva così perché la amava. E si sentì appagata e felice, solo con l'indefinita sensazione di essere una mendicante nuda, privata di tutto e legata a una catena da cui tutta la sua vita dipendeva e che lei continuava a baciare grata.

V.
Dal giorno in cui aveva trovato quell'ambiguo post-it, Paul non aveva più dormito. Fingeva, appesantendo il respiro, e quando era sicuro che Claire si fosse addormentata si alzava e ricominciava a perquisirle la borsa, le tasche, i cassetti. Aveva persino imparato a scucire e ricucire le pieghe dei suoi cappotti e dei suoi vestiti.
Annusava l'odore degli abiti, setacciava ogni foglietto, ogni scontrino trovasse nella borsetta, esaminandolo controluce nel caso vi fosse rimasta impressa la traccia di una scritta invisibile.
L'orario in calce agli scontrini gli forniva una mappa dei suoi movimenti.
Fu così che, quella notte, si sentì mancare. Sentì un'improvvisa voglia di vomitare. La stanza girava e il cuore gli batteva nelle orecchie assordandogli il cervello.
Due ore. C'erano due ore di intervallo tra la panetteria e la lavanderia.
Non c'erano più di 20 metri tra le due botteghe. Ma gli scontrini segnavano un intervallo di due ore.
Due ore. Che cosa aveva fatto Claire in quelle due ore?
Lasciava l'ufficio alle 16:00 e impiegava circa venti minuti per raggiungere il fornaio. La signora Maret le conservava i pezzi di pane nel formato che lui preferiva fino a quell'ora e lei passava a prenderli all'uscita. Qualche volta si fermava a prendere il latte alla Cremerie. Ma in genere completava la spesa acquistando tutto quanto serviva al supermercato a quattro isolati da casa loro.
Il tempo medio impiegato era tra i 15 e i 35 minuti. Dipendeva anche dal giorno. Il sabato c'era più fila e lei preferiva pagare sempre alla cassa numero 3, dove c'era quella deliziosa signorina Croit, una simpatica sessantenne, tanto più affabile ed affidabile dei due giovanotti delle casse numero 1 e numero 2, due galletti che perdevano un sacco di tempo nel passare la merce sul lettore dei codici a barre, distratti a fare avances a tutte le clienti giovani e carine.
Gliel'aveva consigliata lui, Paul, la cassa numero 3 e lei pagava sempre lì, perché tanto per lei era lo stesso e bastava così poco per far contento Paul!…
Il tempo per raggiungere il portone di casa, una volta uscita dal supermercato, era irrisorio.
Lui avrebbe potuto calcolare al minuto l'orario del suo rientro. La lavanderia era attaccata proprio all'angolo dell'isolato. Dal supermercato alla lavanderia non avrebbe dovuto esserci, dunque, più che qualche minuto di intervallo. E invece c'era un buco, e lui ci stava cascando dentro. Un buco di due ore, un dirupo senza fondo.
Si sentì tirare per i piedi in un abisso. La stava perdendo. Sentì la rabbia piegargli le ginocchia. Si alzò di scatto, come per scrollarsi di dosso due artigli poderosi e affilati, ma continuò a sentire un bruciore alla schiena e un'oppressione al petto mentre percorreva in un tempo inconsuetamente lungo il corridoio tra la cucina e la camera da letto.
Restò a guardarla dalla porta. Dormiva respirava con un ritmo regolare. La odiò con tutte le sue forze. Ma doveva calmarsi. Tornò di là. Mise sul tavolo il biglietto giallo accartocciato e accanto spiegò i due scontrini. Poi invertì l'ordine delle carte, sentendosi una morsa alla gola: quella era una partita truccata e lui la stava perdendo, l'aveva già persa. Distanziò gli scontrini e al centro appoggiò il biglietto giallo.
Restò a fissarlo, come se dal tavolo si stesse allargando un vortice e cominciasse piano ad inghiottirlo. Il foglio giallo riempiva alla perfezione il vuoto tra i due scontrini. Una tristezza infinita lo vinse, ma forse era stanchezza. Adesso aveva le prove, i pezzi del puzzle combaciavano.
La vide nuda dibattersi con i capelli color rame che le si attorcigliavano sul viso, la vide ansimare con l'urgenza del tempo che passava. Ma due ore, … due ore sono tante. E lui com'era? Giovane! Sì, lo vedeva adesso, e quelle sue mani luride la toccavano…
Un conato gli scosse il corpo.
Paul tremava quando si avvicinò alla porta socchiusa dalla quale filtravano solo l'odore e il rumore del suo respiro.
Claire si era scoperta e girata di lato. Gli voltava le spalle e lui le immaginò in viso un sorriso. Lo stava sognando. Quel bastardo!

VI.
Accadde tutto al rallentatore. Le si stese accanto. Annusò i capelli e fu certo di sentire un odore sospetto.
Da quanto tempo andava avanti quella storia?
Si alzò, girò intorno al letto. Lei si mosse nel sonno, gemette. Paul sentì il sangue irrorargli gli occhi. Per un attimo vide solo una fiamma bianca. Tornò a sentire una fitta tra la spalla e il petto, ma decise di ignorarla.
Rimase inginocchiato fino a quando sentì che le forze gli ritornavano. Guardarla gli faceva male. Non poteva perderla e l'aveva già persa.
Claire sussultò ed aprì gli occhi di colpo; impiegò qualche istante a capire quello che stava accadendo. La lingua di lui premeva contro le sue labbra, le spalancò con forza, guizzò per un tempo interminabile e lei, senza fiato per la sorpresa e la pressione che intanto le sue mani facevano sul suo costato, riuscì a tranquillizzarsi solo quando fu certa che si trattasse proprio di Paul. Ma non poteva crederlo: lui non l'aveva baciata mai ed ora… era stata colta nel sonno, era stesa, seminuda, era buio, ebbe paura, senza capire perché.
Aveva aspettato anni che accadesse ed ora stava tremando e, con immensa e sgradevole sorpresa, trovava disgustoso il suo alito e cominciò a dibattersi, mentre il primo colpo soffocato di tosse le partiva al centro dello sterno compresso e annunciava una nuova violenta crisi d'asma.
Non ne parlarono per tutto il giorno, come se non fosse accaduto nulla.
Ma era tutto cambiato in modo irreparabile.
Paul aveva i suoi pezzi di puzzle nelle tasche e lei non riusciva più a scrollarsi addosso la delusione.
Che cosa stava accadendo al loro matrimonio?
Perché le sembrava che lui la guardasse di traverso ogni tanto e perché aveva paura ogni volta che pensava che stavano passando le ore e tra un po' sarebbe tornata una nuova notte?
A cena l'atmosfera si fece più rilassata. Non era uscita. Aveva telefonato perché le portassero a casa la spesa e per un attimo Paul aveva pensato che fosse tutto un errore.
Sembrava così candida e innocente. Non poteva averlo tradito. Si stava immaginando tutto. Sua madre glielo diceva già da bambino, no? Che era troppo geloso? Anche di lei. - Non fare il bambino, Paul, guardala: è tua.
La mano sinistra strinse nella tasca tre foglietti di cara stropicciata. Due ore. Che cosa aveva fatto Claire il 18 gennaio tra la panetteria e la lavanderia giù all'angolo? Un fuoriprogramma, maledetta! Che fuoriprogramma?
Si chiuse in bagno, mise la testa sotto la doccia, lasciò che l'acqua fredda gli entrasse nelle orecchie.
Claire, intanto sparecchiava con tristezza, senza capire che cosa fosse quella malinconia inquieta che le attanagliava lo stomaco.

VII.
- Devo parlarti…
- Va bene. Vieni tu qui? Ma… tutto bene, vero?
- Non lo so, Sophie, è Paul…
- Senti Claire, passo io da te alle sei.
- No, alle 6 è già qui, di solito. Vediamoci ora.
- Ok. Da Marlin's?
- Sì, ... Sophie?
- Sì?
- Niente.
- Ho paura - aggiunse, dopo aver messo giù il ricevitore.
Il locale era aperto anche di pomeriggio, ma aveva un'aria triste, ben diversa da quell'atmosfera che lo incendiava di sera e per tutta la notte ne faceva uno dei luoghi più frequentati e alla page della città.
- Cristo, hai una faccia! Che ti sta facendo Paul?
- Come sai che si tratta di Paul?
- Claire, tu hai detto che è Paul…
- Hai ragione, scusa. Sono a pezzi, Sophie. Non riesco più a capirlo, qualche volta sono così spaventata che ho paura anche di addormentarmi prima di lui. Che possa…
- Via, Claire! Che stai dicendo? Paul è un tipo ossessivo e geloso, ma è un buon diavolo e ti vuole troppo bene per…
- Appunto: troppo.
- Puoi venire a stare un po' da me… almeno fino a quando…
- Non troverò il coraggio di dirglielo, vuoi dire?
- Sì.
- Non ce l'ho il coraggio, Sophie. L’ho cercato, ma non ce l’ho. Lui non vuole. Mi ammazzerà… o…
- Ti chiederà di disfartene.
- Sophie!
- Scusa. Di abortire, insomma. Ma, non riesco a capirti, Claire. Non capisco perché l’hai fatto. Perché hai smesso di prendere quella benedetta pillola senza dirgli niente, perché cazzo vuoi un figlio da uno che non lo vuole, perché resti con lui se hai paura…
- Perché ho pensato che di fronte al fatto compiuto avrebbe cambiato idea. Quel pomeriggio, quando il dottor Knapp mi ha confermato quello di cui ero già certa, mi sono sentita ottimista. Ho pensato che avrebbe finito per accarezzarmi la pancia e si sarebbe intenerito, come lo ero io, mentre lasciavo lo studio e tornavo a casa. Invece va sempre peggio, Sophie. Mi manca sempre di più il coraggio di dirglielo e lo vedo ogni giorno più ostile.
- Forse avverte il tradimento.
- Ma è nostro figlio, Sophie, nostro figlio!
- Non lo so, Claire, mi sembra lo stesso come se un po’ tu l’avessi tradito…
- Ma l’ho fatto per noi! E’ una parte di noi! Solo che comincio a chiedermi cosa ne sia di noi. Se ci siamo ancora, io e Paul. Mi pare che intorno si stia alzando la nebbia e tutto si confonde, mi perdo, ondeggio in un continuo capogiro, mi giro a guardarlo e mi pare di non vederlo, mi giro su me stessa e non riesco ad afferrarmi, e giro a vuoto cercando un giorno di coraggio, per girare pagina, per girare intorno a questo macigno e tornare a respirare, a girare, girare, come in un girotondo, noi tre, il nostro bimbo, Paul, io, per mano, un giro e un giro ancora e un giro e un giro e un giro…
- Claire?… - la voce nelle orecchie gli risuonò metallica.
Lei salì sul tavolo non appena l'orchestra dietro il paravento cominciò ad intonare il flamenco.
La gonna larga le scopriva le gambe ad ogni giro.
Sophie si era stesa sotto il tavolo e leccava le caviglie di un uomo grasso e disgustoso.
Claire sudava e le macchie sotto le ascelle tingevano in modo osceno l'abito di velo color crema. I capelli le si attaccavano al viso, al collo, si infilavano nella scollatura che sobbalzava lasciando intravedere due seni sodi, graffiati e lividi per qualche bacio troppo appassionato.
Il locale si riempì. Lei ammiccava a ciascun viso, ma lasciò che solo lui la toccasse. Aveva i baffi biondi e un'aria sfrontata. Poteva avere sì e no trent'anni e le infilava le mani sotto la gonna come se lei fosse sua.
Paul gridò svegliandosi madido, con un crampo al polpaccio e le unghie della mano destra conficcate nel palmo.
Claire arrivò di corsa. - Tesoro, forse dovevo svegliarti, hai fatto un brutto sogno? Ti agitavi… Oh, Paul, che ci succede?
Perché aveva chiesto che ci succede? perché che ci succede? Che voleva dire? Lei sapeva qualcosa. Doveva costringerla a parlare. L'afferrò per le spalle.
Lei si ritrasse.
Fu un segnale.
- Mi appartieni!
Continuò a colpirla fino a che la vide immobile.
Restò a controllare che non riprendesse a respirare, che non lo imbrogliasse, che non si risvegliasse per prenderlo alle spalle e prenderlo in giro di nuovo.
Ma Claire non si mosse.
Le lacrime scorrevano sul viso di Paul come gocce di pece liquefatta. Aspettò che si facesse buio.
Poi prese la pala dallo stanzino degli attrezzi e scelse accuratamente il punto esatto del giardino dove sotterrare il corpo.
Ad ogni colpo si sentiva rinvigorire: nessuno avrebbe più posato gli occhi su di lei. Non l'avrebbero toccata. Solo lui, ora, l'avrebbe abbracciata ancora, l'avrebbe tenuta in braccio, la sua bambina, la terra l'avrebbe custodita, i vermi… No, no, no! Non poteva lasciare a quelle creature immonde la sua carne. Claire! Oh, Claire! Che aveva fatto?! L'avrebbero divorata, pezzo dopo pezzo. Se la sarebbero presa. No, Claire, no! Tu sei mia! Sei mia, Claire!
Gettò via la pala come se fosse diventata rovente. La fitta al petto tornò, facendolo piegare in due. Questa volta durò di più.
E se invece, prima ancora, l'avessero trovata? Se un maledetto medico legale avesse messo le mani sul suo corpo incantevole? Sarebbe penetrato in ogni parte di lei, l'avrebbe scrutata fin dentro, fino alle viscere che lui aveva difeso anche dalla minaccia di un maledetto figlio. - Ma tu sei mia, Claire! Sei mia!
Non l'avrebbero riconosciuta. Doveva fare in modo che non potessero riconoscerla.
Lavorò tutto il giorno. La testa sembrava scoppiargli e i muscoli erano gelatina quando caricò nel bagagliaio la valigia coi pezzi.
Li avrebbe scaricati in mare. La sua sirena sarebbe tornata al mare. Oh, Claire! Non ti avranno, Claire!
Dovette accontentarsi della barca più vicina al molo. La valigia pesava e tra un po' avrebbe albeggiato.
Tagliò la cima e remò fino a quando uno schiocco nel petto non lo costrinse a fermarsi.
Era abbastanza al largo.
Si riempì i polmoni dell'aria salmastra e parve che volesse risucchiare il cielo dentro un solo sorso nero. Poi, con calma, si legò la valigia al collo e si lasciò andare nell'acqua immobile, che lo inghiottì con un solo prolungato gorgoglio sordo.
Mentre la serratura cedeva aprendosi, gli restò qualche secondo ancora per rendersi conto che all'inferno avrebbe avuto l'intera eternità per dannarsi al pensiero delle centinaia di pesci che si sarebbero nutriti della tenera carne della sua adorata Claire.
(01marzozero4)
Due donne e un uomo solo
Mi manchi tra le cosce, le disse due ore prima, e lei riattaccò il telefono sorridendo brividi sull'onda di quel desiderio. Vienimi tra le cosce, le disse due ore dopo,
e lei si stese accanto rabbrividendo sorrisi sull'onda di quel desiderio.
Erano passate già due ore tra i due lembi dell'oceano. La cornetta era ormai fredda e lei, con la sua testa tra i peli di lui, non vide le impronte sudate di voglia che avevano assorbito l'eco delle sue parole.
Erano passate appena due ore tra i due lembi dell'oceano. E la cornetta rimaneva calda mentre lei se la strusciava tra le gambe pensando gli manco tra le cosce.
Mi vuole tra le cosce, lei disse e interruppe il sorriso solo per stringergli le sue labbra intorno.
E dopo, con le dita distratte tra i peli attaccaticci, lui cercò di ricordarsi a chi l'avesse detto per prima che sentiva un buco tra le cosce al ricordo di lei. E cercò di ricordarsi a chi l'aveva detto per ultima che lì dentro fremeva una voglia di donna.
Una donna. Ma chi?
Troppi buchi in cui cadere per un uomo soltanto...
Il più grande al posto del nome di lei.
E di lei.
Cominciava a sentirsi veramente solo.
(14giugnozero1)
Capogiro
Polvere di grafite nelle lame dei suoi occhi.
Si fece largo a stento tra le spine dei fianchi.
Agrumeti al tramonto le sue unghie smaltate d'arancio.
Lasciò che s'incuneasse tra i pilastri delle sue cosce finché non piovve.
Il sole la trovò di spalle. Curva sui covoni di grano stillanti vino rosso di sangue novello.
Con la sua testa tra le mani, Sybil scrutava intenta la sfera della sorte.
Tre metri più in là il tronco del suo corpo abbracciava la falce.
E la luna calò.
(3aprile2002)
Il giudizio

- Tutto quanto ho fatto, Vs. Onore, è stato usato contro di me!...
- Cominci dall'inizio e lasci a Noi il compito di giudicare.
- Ho preso un treno in corsa, Vostro Onore...
- E saprebbe spiegarne il motivo?
- Il motivo è che scendevo da un treno fermo, signor Giudice, ma non se ne era accorto nessuno.
- Lei mente, lo sa bene. In più di una occasione è stato confermato a questa Corte che l'altro passeggero aveva già manifestato l'intenzione di scendere, ma Lei non gli aveva creduto.
- E' falso, Vostro Onore! Lui cerca solo di proteggermi, ma sono stata io a tirare il freno d'emergenza e quando l'ho fatto mi sono accorta che eravamo fermi da un bel pezzo e il mio gesto aveva solo aperto le porte stagne. Sono scesa, Vostro Onore, cos'altro avrei dovuto fare?
- Ma lei li ha portati con sé...
- Potevo abbandonarli?
- Lei li HA abbandonati! Li ha strappati dai sedili e se li è trascinati dietro senza fornire plausibili spiegazioni...
- Le spiegazioni, signore, ... le spiegazioni sono un altro delle molte facce della mia colpa e della mia espiazione! Le ho chieste ... : colpe, Vostro Onore, colpe e terribili espiazioni!
- Cosa ne sa Lei delle colpe e delle pene!...Tutto questo spetta al tribunale.
- E Lei cosa ne sa? Lei è solo uno dei tanti, uno degli altri.
- Ma...
- Mi scusi, mi scusi, ma, La prego, mi lasci parlare! Spiegare... vede, io, sono cresciuta poco, fuori, intendo, il mondo l'ho guardato dai piedi in su e il cielo era così lontano, lontano. Sembrava la cima del mondo e io... mi sono arrampicata, Vostro Onore!
- Arrampicata?! Lo ammette dunque!...
- Sì. Dovrei negarlo? Li ho messi tutti a guardare per terra con la scusa che mi aiutassero a cercare le mie tracce smarrite e ci sono salita sulle spalle. Quando si sono accorti dell'inganno ero già ad alta quota...!
- Lei dunque... ha osato...
- Volare! Sì Vostro Onore! Vo-la-re!
- Lei sa molto bene che questo è un crimine molto grave. Agli umani non sono stati concessi gli strumenti per volare e falsificare ali ... peggio! Farle addirittura sventolare è un delitto che il nostro codice punisce con la morte!
- La morte... già la morte... E cos'altro è questa, mi chiedo, Le chiedo, Signor Giudice, con tutto il rispetto, e chiedo a voi che state lì a guardarmi, lì, lì intorno, cos'altro è questa se non morte, signori?
- Ma se se ne è stata là zitta senza fare niente! Potrei incriminarla per omissione di soccorso, sa?
- Certo. Lo so. Ogni gesto, lo ripeto, ogni gesto può essere usato contro di me. L'ho usato contro di me io stessa... Mi sono negata ogni soccorso e poi... Già, l'attesa e dopo il silenzio.
- Delitto ed aggravante, Lei si rende conto di essere in una posizione estremamente delicata e...
- Niente affatto!
- Signora!...
- Mi lasci parlare, ho detto! Io non sono in nessuna posizione, semplicemente perché non c'è intorno a me nessuno spazio per sedermi, stendermi, alzarmi, restare o andare. E... ma vi chiedo ancora ... a te ... e a te... e a voi... ma non è questo già morte?
- Ma come ha potuto arrivare fino a quel punto!
- A quel punto, già! Fino a quel punto. Ho cercato di capire, di mostrare fino a quale punto, tutto qua.
- Non avrebbe dovuto accettare! Le sono stati letti i capi d'accusa e sa bene che questo è uno dei crimini per i quali sarà più difficile trovare attenuanti.
- Io non cerco, attenuanti, Vostro Onore. Signori della giuria!... Cercavo...
- Cosa cercava, suvvia!
- Cercavo...
- Dunque?
- ... Tenerezza, signor giudice!
- Questa donna è pazza! Portatela via!
(3ottobrezero1)
Giochi con me?
La granata cadde a pochi metri dalla casa
Giochi con me?
Continuava a grattarsi gli occhi con le mani sporche di fango e più grattava più bruciavano
Giochi con me?
Avrebbe fatto la morte del topo, lo sentiva. Quella casa era poco più di una capanna e non aveva che una porta e un finestrino con le sbarre
Giochi con me?
Calcolò mentalmente la distanza tra la porta e il primo vicolo a sud. Lì sarebbe stato più al sicuro
Giochi con me?
Raccolse le forze con un occhio quasi cieco per il liquido che vi si era addensato nel vano tentativo di liberarsi dal fango
Giochi con me?
Incurante di due lacrime grigie si ripeté il suo mantra: Il coraggio d'aver coraggio è l'unico vero coraggio
Giochi con me?
Se avesse sparato alla catena avrebbe liberato il piede e allora non ci sarebbe stata più una distanza lunga quanto l'infinito tra lui e la porta
Giochi con me?
Certo, se avesse sbagliato... con una caviglia spappolata non sarebbe andato lontano, ma doveva tentare. Il coraggio d'aver coraggio è l'unico vero coraggio
Giochi con me?
Strinse la mano convulsa sull'aria in cui era certo di vedere una pistola. Le lacrime grigie le passarono attraverso e lasciarono una goccia nera sul ginocchio del pantalone
Giochi con me?
Contò fino a tre, poi sparò e il liquido che gli entrò nella vena scorse come pioggia all'inverso e gli appannò la vista
Giochi con me?
- Era proprio necessario? Mi pareva calmo, stavolta - chiese perplessa l'infermiera, e poi è legato...
- La dose va ripetuta ad orari fissi.
- Pover'uomo! - disse la ragazza scuotendo la testa rossa come una coda di volpe.
- Povera bambina, piuttosto! Pensa che prima di farla a pezzi le aveva intrecciato i capelli coi lacci delle sue scarpe.
...
Tu sei la principessa, butta giù le trecce che vengo da te.
Ma lei aveva gridato: Non voglio più giocare, mi stai facendo male, lasciami!
L'esplosione gioiosa dei fuochi d'artificio annunciava il carnevale.
Giochi con me?
Ma poi non voleva giocare, non voleva giocare, non voleva giocare...
Chiuse finalmente gli occhi arrossati.
Quando mi sveglio, giochi con me?
Magia
La magia del cucchiaino piegato dentro l'acqua lo incantava. Gli ricordava il
mistero della vita. "A volte sembriamo spezzati e poi... ci tirano fuori ed
ecco che torniamo dritti. Bagnati e gocciolanti. Lacrime forse, e qualche volta
piscio, ma ancora tutt'interi."
Da bambino rimaneva sempre senza fiato davanti ai giochi di prestigio di zio
Walter, ma nemmeno crescendo aveva voluto conoscerne i trucchi.
E persino di fronte alla magia delle sue prime erezioni aveva conservato lo
stesso atteggiamento agnostico. E, non si vergognava a dirlo, nemmeno ora gli
era del tutto chiara la logica dinamica fisiologica che regolava l'accrescersi
del suo piacere e del suo desiderio, proporzionalmente a quello della più buffa
tra le sue appendici.
Si incantava a guardarsi allo specchio nudo e a scrutare la somiglianza tra quel
cosino floscio e il suo naso bruno.
Una volta si era tirato un pugno sul naso per restare a osservarlo mentre si
gonfiava. Ma non aveva ripetuto l'esperienza. Quella era una proboscide sciocca
che reagiva solo a un trauma, a un dolore. Molto meglio l'altra che, chissà
perché, si metteva a guizzare e provandone piacere continuava a guizzare e a
godersi quel guizzo crescendo sempre più, senza dolore. Il perché era e doveva
restare tabù. Per lui era una specie di miracolo che continuava a reiterarsi,
un meccanismo magico che, se ci si fosse messo a pensarci su troppo, avrebbe
anche potuto incepparsi.
Era un uomo puro, dopo tutto, ed ogni cosa lo incantava.
Quella volta si era spezzato le unghie scavando la sabbia fino ad arrivare ad
affondarci dentro i gomiti ed era rimasto esterefatto quando un'onda più lunga
aveva ricolmato in un attimo la buca e gli aveva mostrato, sulla superficie
dell'acqua ancora smossa, una lingua fremente di luna.
Aveva cominciato a ballare in tondo e si era fermato solo per osservare la
macchia di sangue e saliva che gli era scivolata sul piede dopo essersi morso
ripetutamente la lingua.
Non bisognava mai gridare.
Si era dato questa regola.
Era un uomo innocente, in fondo. E gli innocenti sono così spesso smarriti,
disorientati, smarriti, disorientati, smarriti, smarriti, disorientati, smar...
Darsi delle regole gli serviva a restare puro e fedele a se stesso. Degli altri
non si fidava. Gli altri... Gli altri gli interessavano solo nella misura in cui
sapevano stupirlo. Gli altri coi loro trucchi... Mai, mai conoscerli quei
trucchi. Non si sarebbe mai dovuto prendere la briga (e la responsabilità...
che parola tremenda!) di attenervisi, di adeguarvisi. Se zio Walter, ad esempio,
gli avesse mostrato il sottofondo segreto della scatoletta nera in cui rimaneva
nascosta la moneta che lo deliziava nel fingersi sparita, egli avrebbe dovuto
reprimere l'applauso e magnificare con esagerati e formali e disgustati
complimenti, l'abilità e la rapidità delle mani del vecchio zio. E da quel
momento non avrebbe goduto più. L'avrebbe guardato con disprezzo, l'avrebbe
visto vuoto, come il sottofondo nero prima che vi ricadesse l'obbediente moneta.
Se avesse conosciuto i meccanismi della vita, avrebbe trovato tutto così
insopportabilmente indegno d'esistere...
Una volta gli era capitato nel fissare la sua immagine in una pozzanghera sul
terrazzo. E si era spaventato (ed odiato) così tanto che se non si fosse
trattato di un abisso liquido e sporco profondo solo pochi millimetri, ci
sarebbe sprofondato dentro e si sarebbe tenuto la testa sott'acqua, fino a
morirne.
Dopo tutto era una creatura estremamente semplice, ingenua, primitiva. Ed
estremamente sensibile. Quell'uomo non voleva capirlo. Aveva dovuto morderlo.
Gli aveva staccato un orecchio, non riuscendo ad afferrargli la lingua tra i
denti. Non era stata una manovra ottimale, ma almeno aveva ottenuto che quello
si mettesse a gridare e la smettesse di spiegarli, con abominevole sadismo,
quali delle fratture inflitte a Mary erano risultate fatali e perché.
Lei era stata grandiosa. Aveva eseguito il numero in maniera perfetta.
Assolutamente impeccabile. A voler esser pignoli c'era stata una sbavatura, in
quel breve rantolo, una specie di preavviso sul finale. Ma poi si era rifatta.
Aveva spalancato gli occhi proprio quando lui, rapito ed incantato, si aspettava
di vederglieli chiudere, e invece di restare immobile, aveva sussultato in
maniera fantastica. Oh, così inaspettata...
No, non c'era miracolo più inaspettato di una bella morte. E il prodigio s'era
addirittura duplicato quando se l'era sentito crescere nella mano e l'aveva
visto schizzare di bianco i suoi ineguagliabili capelli rossi.
Ah, Mary era un tramonto al tramonto! Non un urlo aveva accompagnato i colpi che
le aveva inferto facendo attenzione a non versare il sangue di quella novella
Vergine Immacolata.
E quello stronzo non era nemmeno entrato nella cella che già si era messo a
parlare di lesioni interne e invece di ammirarlo per la precisione con cui aveva
eseguito il trucco senza spargimento di sangue, si era messo a torturarlo:
"Quando la colpivi ti rendevi conto che...". Aveva dovuto farlo
smettere. Tutto qui.
Adesso si immagina che gli daranno qualche anno in più. Aggravanti. Una cosa
tipo una benda sugli occhi mentre fai un triplo salto mortale dal trapezio sulla
scia del richiamo del porteur... Sublime!
Se ne starà lì buono buono. E zitto. In fondo è un uomo puro. Una creatura
ingenua, primitiva, pronta alla meraviglia, incline allo stupore. E non cercherà
di fuggire. Canterà a squarciagola quando gli leggeranno i capi d'imputazione,
caverà gli occhi anche in aula al medico legale, se sarà necessario, pur di
non sentirlo sciorinare quelle stupide chiacchiere sulla "dinamica del
decesso". E' stato il suo capolavoro, dopotutto. Mary, il suo trucco senza
trucco. Troverà pace ed immensa delizia rinchiuso nella gabbia. E non cercherà
di fuggire. Scassinare la serratura, violare i cardini - orrore - rubare
addirittura le chiavi ai secondini. Così non va, zio Walter, non ti permetterò
di dirmi come facevi a liberarti dalle corde dentro quel baule.
Io resto qui. Magia sospesa. Pura magia.
posted by ritamazzocco | 14:16
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